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Tempo fa a “Otto e Mezzo” Pannella e Buttiglione furono chiamati a parlare di Pacs e famiglia, nonché di altri argomenti ad essi legati. Pannella sottolineò come il la parola (non il concetto) di famiglia fosse molto ampio, potendo essere sovrapposto anche a realtà violente o drammatiche che poco hanno a che vedere con l’amore e l’attenzione. Buttiglione, invece, ripeté la solita favoletta del papà e della mamma e dei costi che essi sostengono per far crescere i figli. Sono convinto che la famiglia sia molto importante, quando dà affetto protezione e amore. E quando essa è basata sulla libertà di costituirla e sulla libertà di scioglierla, o quantomeno di sottrarsi laddove non esistano più i presupposti che l’hanno fondata. Io sono cresciuto in una famiglia, una bella famiglia – salvo qualche parente stronzo – che mi ha protetto e aiutato nella mia crescita. Una famiglia della quale ho approfittato, come per tutte le cose che si danno gratuitamente e incondizionatamente. Per questo motivo io sostengo che la famiglia è importante. Ma perché allora non mi sono fiondato al family day e mi viene prurito quando sento tutte le chiacchiere di coloro che pretendono di preservarla e difenderla dagli attacchi dei laicisti tutto lustrini, paillettes e boa rosa?  Ciò di cui sono fermamente  convinto, ed è anche il motivo per il quale ritengo che un passo altrettanto importante (al pari dei Pacs) sia il divorzio breve, è che la famiglia intesa in senso confessionale sia una delle peggiori gabbie nelle quali chiudere un uomo. Un matrimonio che si celebra con il presupposto della fedeltà futura, dell’amore attuale e futuro, dei doveri, degli obblighi e fondato sulla sua insolubilità mi spaventa. Mi spaventa perché chiunque abbia avuto contatto con una società i cui cardini erano dettati dalla religione, attraverso delle norme fatte rispettare dietro minaccia di sanzioni “sociali” (il biasimo, il ripudio, il pubblico ludibrio per comportamenti “diversi” dalla norma) quando non dalla forza pubblica, può comprendere come possa essere devastante un simile regime di vita. Regime al quale io stesso ammetto di non essere indifferente e anzi di subire ancora alcuni condizionamenti. Lo vediamo anche nei nostri atteggiamenti: spesso siamo quasi obbligati – da un riflesso alimentato da un costante martellamento, anche mediatico – a dover esporre il nostro rispetto per coloro che credono e che dicono talvolta delle bestialità, prima di poter esprimere ciò che pensiamo. Certo non è un handicap, ma dà la cifra del condizionamento delle opinioni e della cultura operato dalla Chiesa e da coloro che ne sostengono le tesi autoritarie. Mi piace pensare alla famiglia e ai rapporti umani in termini “scientifici”, nel senso che ognuno dovrebbe vivere facendo delle ipotesi sulla propria esistenza e lavorare per verificarle, senza che necessariamente debba accondiscendere soltanto a ipotesi altrui, alle quali essere vincolato a vita.  Il divorzio attualmente prevede tre anni di purgatorio durante i quali, oltre all’illusione dello stato di far rinascere ciò che si è consumato, possono accadere delle situazioni spiacevoli che ledono proprio le tutele dei soggetti più deboli. Il divorzio breve (ha ragione Castaldi) sarebbe un enorme passo avanti proprio nella direzione che i Pacs (non mi rassegno) dovrebbero tracciare. Se due persone decidono di vivere insieme non possono conoscere ciò che proveranno in futuro l’uno per l’altro, se staranno bene insieme, se lei o lui troveranno ancora soddisfacente il conto in banca dell’altro e così via. Senza considerare il divieto di fare sesso prima del matrimonio e solo a fini procreativi, è chiaro che il concetto di famiglia diventa una concezione assiologia e una mera propaggine totalitaria.

Pubblicato il 22/5/2007 alle 23.57 nella rubrica Diario.

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