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Il papa al pubblico dibattito

L’università del Cairo ha posto il veto sulla visita delle autorità islamiche alla sinagoga di Roma, ponendo in evidenza il fatto che l’università in astratto non è di per sé un luogo di sapere (spesso a dispetto del nome) ma sovente di degrado e sperpero culturale, estremismo e fondamentalismo religiosi o politici, ma anche di semplice follia collettiva. Peggio ancora: l’università è luogo di scambio di favori e poltrone, di incarichi regalati e parentele; di pessimi libri imposti agli studenti e di pochissima ricerca; di irrilevanza culturale dei professori e luogo di proliferazione dei peggiori abbagli politici. Problemi che l’istruzione in Italia si trascina da decenni a causa della sua struttura incompatibile con il merito e l’impegno. Quanti sono i professori e i ricercatori universitari che in Italia pubblicano studi interessanti, che animano il dibattito scientifico e culturale del paese? Sapere quindi che il rettore della Sapienza ha invitato il Papa all’inaugurazione dell’anno accademico, ricorrenza in genere celebrata da un accademico illustre, non mi sorprende. Come non mi sorprende che i soliti studenti abbiano “impedito” al papa di pronunciare (sarebbe meglio dire leggere) il suo discorso. In questo senso io laicista non mi sento toccato dal loro sciocco gesto, che ha solo dato l’occasione al vaticano di giocare la carta vittimistica, addirittura invocando motivi di sicurezza nella decisione del papa di non partecipare all’assemblea. Non mi sono sentito di partecipare a veglie laiche o discolparmi per responsabilità altrui che cadrebbero su di me per il sol fatto che sono anticlericale. Questi ragazzetti, come i loro professori sono intolleranti punto e basta. Intolleranti come coloro i quali intendevano colpire con il loro gesto. Che senso ha tirare in ballo il processo a Galileo quando le stesse persone dimostrano che gli avrebbero dato fuoco volentieri in un contesto in cui avessero in uggia l’eresia galileiana e la possibilità di condannarla?

So che non è una cosa originalissima, ma in molti sostengono (e io sono sostanzialmente d’accordo) che sarebbe veramente un elemento di rottura se un pontefice si presentasse a un pubblico dibattito su scienza e fede in una facoltà universitaria. Ma lo sarebbe davvero nel nostro paese? Insomma, tolte le domandine preconfezionate per leccare il culo all’ospite siamo sicuri che gli studenti italiani metterebbero in imbarazzo Ratzinger chiedendogli conto per l’immenso potere di cui è rappresentante basato su un mucchio di favolette mediorientali? Magari discutendo di scienza e fede? Uno dei miei professori americani soleva spesso stupirsi della differenza di atteggiamento degli studenti italiani rispetto ai colleghi americani. Questi ultimi, diceva, portano la discussione in aula con l’insegnante a un livello di fervore tale da arrivare spesso all’insulto. Gli italiani invece stanno generalmente attenti a non dire cose troppo distanti dalle idee dell’insegnante, quando non tendenti apertamente a compiacerlo. Oltre all’elemento psicologico, c’è chiaramente un elemento culturale in senso stretto. Gli studenti italiani sono abbastanza preparati sul terreno della scienza da riuscire a contrapporsi a un religioso diverso da uno dell’UDC? Lo dico in tono scherzoso, ma quanti sanno in realtà quale sia l’importanza di Galileo e comprendano il ruolo di spartiacque tra il pensiero pre-scientifico e quello scientifico? E’ probabilmente più facile cianciare sul processo a Galileo che affrontare il nodo ben più complesso delle due teorie della conoscenza che in quell’occasione (come in altre) si contrapponevano. E se il papa avesse fatto fare loro una figura di merda, ci saremmo dovuti sorbire gli atei devoti per giorni sulla superiorità della fede sulla scienza? Tutto sommato…

Pubblicato il 23/1/2008 alle 0.31 nella rubrica Diario.

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