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Appunti da sviluppare

E’ da mesi ormai che ho paura di essere diventato qualunquista. A volte mi scopro a pensare alla rigida classe politica italiana solo come a un enorme parassita improduttivo. Di considerarla composta di persone che non contribuiscono alla società se non sottraendole linfa vitale. Questo governo ha facilmente confermato ciò che i detrattori facilmente profetizzavano: è stato un governo delle tasse e del controllo statale sull’economia. Perché è vero che il decreto Bersani ha introdotto alcune importanti riforme (tanto importanti quanto marginali), ma è anche vero che il controllo dei modi di pagamenti, la lotta contro il denaro contante e soprattutto l’aumento della pressione fiscale sono stati intollerabili. L’aspetto più terribile è che anche gli italiani lo sapevano. Erano a conoscenza che Visco avrebbe (coerentemente con se stesso) messo le mani nelle tasche degli italiani e praticato l’odio ideologico verso i settori produttivi del paese. Il governo Berlusconi per conto suo è stato deleterio. Lo sforzo di sdoganare le riduzione delle imposte quale mezzo per stimolare i consumi e la crescita è stato sdilinquito dalla minuscola portata delle riforme fiscali. Ma benché di ampiezza quasi inesistente (una riduzione dello 0.6 per cento) la riduzione delle imposte, il concordato triennale e l’accorpamento o la soppressione di alcune aliquote hanno mostrato a chi aveva gli occhi per vedere, che la riduzione della pressione fiscale fa aumentare il gettito (tesoretto) e stimola la crescita. In un paese in cui forse le uniche cose su cui ci si trova d’accordo sono il giorno e la notte, certamente una cosa del genere è stata distorta o mistificata. La critica fondamentale al governo Berlusconi – sul piano dell’economia – riguarda appunto l’aver dilapidato un patrimonio di credibilità degli effetti benefici delle riduzioni fiscali presso gli italiani. Il fatto che abbiano (abbiamo) votato Prodi è emblematico. L’Italia è purtroppo fondamentalmente fascista. In senso tecnico il fascismo ebbe l’idea di gestire gli italiani per tutti gli aspetti della loro vita, attraverso la mediazione di corporazioni che ne occupassero, espellendole, le libertà individuali. La capacità di contrarre matrimonio, di contrattare il proprio salario, o di stare sul mercato erano precluse al cittadino individuo e consegnate alla corporazione, alla chiesa e al partito. È ancora oggi così. Per molti versi abbiamo conquistato maggiori spazi di libertà, per impegno di molti ma anche perché la nostra classe politica è tradizionalmente più arretrata rispetto alle esigenze del popolo che pretende di governare. Fateci caso: la class action, che dovrebbe rappresentare una enorme possibilità di tutela (e di maggiori risultati) per soggetti che condividono una qualità comune e sono danneggiati da altri, in Italia è stata finalmente consentita nell’ordinamento, ma “mediata”, ovvero consentendone l’esercizio alle associazioni di consumatori “accreditate” presso il governo. La solita storia. Chi governerà? Berlusconi nuovamente? Di sicuro. Cosa dovremo aspettarci oltre a nuove concessioni al vaticano o magari la modifica della 194? Un nuovo balletto ideologico degli alleati di Berlusconi intorno al taglio delle imposte alle aziende e agli autonomi in favore delle famiglie? Dico la verità. All’indomani delle elezioni che portarono Berlusconi a Palazzo Chigi, nutrivo una minima speranza che ciò che andava dicendo in modo così facilone in qualche modo si avverasse e che finalmente partisse una nuova stagione di cambiamento. In seguito le delusioni sono state tali e tante che non mi sento più radicale convinto, mi ha deluso Capezzone e ho sostanzialmente perso le speranze per questo paese. Forse ha ragione chi dice che questo è un paese tecnicamente irriformabile. Ci vogliono le riforme elettorali per avere una qualche possibilità di cambiare la classe dirigente (o meglio “sceglierla”), ma coloro che le possono fare sono gli stessi che ne subirebbero i devastanti effetti. E’ un cane che si morde la coda.

Pubblicato il 25/1/2008 alle 20.37 nella rubrica Diario.

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